Io non ho pianto. Come dice la mia amica Anna “piangere? dovrei poi asciugarmi le lacrime e non ho tempo di cercare il fazzoletto”.
Letto il post di Giovanna Cosenza e anche quello di Loredana Lipperini sullo spot Procter e le mamme.

In breve si racconta in 2 mn di come le mamme di tutto il mondo con la loro dedizione, abnegazione, fatica eccetera eccetera, conducano figli e figlie a vincere anche nello sport: riuscire, farcela. “Il lavoro delle mamme: il lavoro più bello del mondo”.

Che il lavoro di madre sia il più bello del mondo, sono d’accordo. Ma è un’opinione personale e so per certo non condivisa da tutte. Far crescere attraverso migliaia di piccoli gesti tutti i giorni, gesti piccoli talvolta aparentemente inutili, gesti faticosi e talvolta noiosi, gesti importanti e tutti, tutti questi gesti sai nel profondo del tuo cuore che comunque servono, lo e la faranno divenire adulta e adulto.

Per 6 anni ho accompagnato mio figlio a violino, da quando aveva 5 anni: il maestro voleva che stessi lì durante la lezione. Il violino non è il   pianoforte che già dopo poche lezioni ti permette di emettere suoni gradevoli. Anni di stridori :-) , dita che non stavano al loro posto, lui che ci teneva però motissimo. Io che uscivo dal lavoro di corsa, correvo all’asilo o più avanti negli anni a scuola, lo caricavo sulla bici, quando pioveva no! che è pericoloso, la 94 che non arrivava, lui che aveva freddo e i guantini erano a casa, il maestro che diceva che quella volta si capiva che non aveva fatto abbiastanza esercizi a casa, io che stupidamente mi sentivo in colpa, la lezione che finiva in ritardo, l’ufficio che mi chiamava sul cellulare perchè il cliente era già lì e io dov’ero?, io che avevo dimenticato di silenziare la suoneria, il maestro che mi guardava con disappunto, io che mi risentivo in colpa, la lezione che finiva, di corsa riaccompagnare il bambino a casa, però cavolo mamma ho fame! io che mi fermavo al super, lui che voleva una merendina io che cercavo di convicerlo che lo yogurt è buono, la pediatra dice che è meglio, l’ufficio che ritelefonava, io che non trovavo il telefono in borsa e poi ci rinunciavo, di corsa in bici con il telefono che squillava e squillava, la baby sitter che non c’era ancora, suonare alla vicina che non era a casa, suonare all’altra vicina che non era tanto simpatica e sì per questa volta glielo tengo ma che non diventi un’abitudine le madri dovrebbero stare a casa, raccomandazioni e tanti baci al mio amore, lui che piange non andare, io che dico due ore e sono di ritorno, lo stomaco stretto, sarà la fame o no, senso di colpa, però anche questa volta ce l’ho fatta e a violino l’ho portato. Ora vado a lavorare. Ah no, prima devo passare a ritirare le medicine in farmacia e fare un po’ di spesa per stasera che in frigo non c’è niente.
Centinaia di volte, alla fine non tutti saranno Uto Ughi e non tutti saranno Federica Pellegrini. Però non importa, veramente per molte non importa. Alla fine dell’ ultimo anno e dopo sei anni di gesti che si erano succeduti apparentemente uguali, centinaia di giornate come quella descritta qui sopra, ho preso per mano mio figlio e ho capito che l’amore era quella cosa lì, quel ripetere senza chiedere nulla in cambio quei gesti che gli avrebbero permesso di crescere e  fare quello che lui desiderava fare. Lì sì che ho pianto. Amore e tanto del senso della mia esistenza si manifestava così.

Si ripete da millenni, la mia storia è la storia di milioni di donne e ho imparato anche a non farla tanto lunga perché anche quando sono a pezzi, ma veramente a pezzi perchè i figli sono più di uno, e c’è pure tutto il resto a cui badare, so molto bene di essere fortunata rispetto alla maggioranza delle donne che si ammazza letteralmente di fatica.

E allora lo spot della Procter è ben fatto e ci sta che la pubblicità faccia perno sull’emozione per vendere di più e meglio, questo è il suo scopo : vendere.

Solo facciamo attenzione che in un Paese devastato culturalmente come il nostro, questo spot non diventi l’unico gesto di interesse verso le madri. Un Paese  dove le donne non trovano lavoro, dove le pensionate, che spesso  anni prima erano le mamme di questo spot, vivono o meglio non vivono con la pensione sociale di 400/500 euro; un Paese dove persino De Rita nel rapporto Censis avverte con allarme del burn out della generazione sandwich, le 45/55 enni che si stanno facendo carico di troppo, famiglia e lavoro e, ogni tanto, ultimanete spesso, danno fuori.
Quelle che danno fuori, talvolta, sono le mamme di questo spot.
E attenzione che è da millenni a noi donne basta un sorriso di un figlio nel momento giusto, una carezza del coniuge, un “che buono l’arrosto!” del nipotino, per ripiombare nella nostra schiaviutù eterna: loro ci sono grati per una frazione di secondo, noi chiniamo il capo e spesso la schiena per altri cento anni.
Abbiamo già dato.

La pubblicità fa il suo mestiere e ci mancherebbe! Meglio se lo fa bene come Inarritu in questo spot. Se poi la Procter & Gamble dopo questo spot promuovesse una campagna seria su quanto lavoro non riconosciuto fanno le donne, un lavoro di innalzamento del livello di consapevolezza, insomma se ci desse una mano in assenza di istituzioni, le saremmo grate. Non è un loro obbligo, ci mancherebbe! E’ che qui siamo alla frutta. Grazie.

Io non piango. O meglio piango in altre occasioni, per tutti i GRAZIE che potevano dirci e non sono ci stati detti, ché talvolta almeno vedere riconosciuto il proprio massacrante lavoro, serve.
E oggi oltre a GRAZIE credo che sia tempo che il lavoro delle madri venga riconosciuto. Perchè quella meravigliosa ma immane fatica, se considerata, retribuita, supportata, serve alla società tutta, fà crescere meglio i figli  e le figlie. Ma più di tutto, non lascia le donne irrimediabilmente e orrendamente sole.