Se a me importa di MariaElena Boschi. E forse a Voi no.

Molti anni fa vissi il mio grandissimo amore, quello unico che mai si ripete. Ce le aveva tutte: bello coltissimo, straniero, distratto quel tanto, un po’ genio maudit, con lo sguardo sempre  lontano. Fu una storia da romanzo, le amiche mi invitano spesso a raccontarla un giorno in un libro: chissà. Il mio cuore si perse, le giornate lontane mi parevano interminabili: so che comprenderete.

Finì, ora non mi dilungo;  fu il dolore quello vero. Passarono gli anni, tornai nella città tedesca teatro del mio grande amore. Lui si era trasferito, lì però viveva ancora la mia Grande Amica, anche lei straniera, bella affascinantissima, coltissima e più maudit di lui. Lei aveva assistito alle vicende del nostro amore  , aveva raccolto le nostre confidenze,il mio pianto, la mia fuga per sopravvivere ad un dolore troppo grande.

Passammo una gran serata insieme, quelle notti tra donne che mi auguro abbiate vissuto in tante: buon cibo, buon vino, tempo davanti a noi, lei che fumava, confidenze, risate e quell’intimità che non prevede si parli solo di uomini, ma di Noi, della vita, del futuro. Io la ammiravo incondizionatamente, maggiore di me con una vita piena di sbagli e ferite, indomita. Verso le 3 di notte, allungate sul divano, ricordo ascoltavamo in quel momento i Pink Floyd “I wish You were Here”, lei dice secca: Sai, io e K. siamo andati a letto. Dopo che la vostra storia era finita”. Così, senza incertezze nella voce, senza  inclinazioni, senza pause. Diretta come era lei. …

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VA BENE AMMAZZARE la MOGLIE, ma i FIGLI NON si TOCCANO

Così sosteneva a voce alta la signora di mezz’età chiaccherando con la panettiera. E ora non facciamo le scandalizzate: la mentalità maschilista e misogina e attaccata con le unghie al patriarcato appartiene anche alle donne. Per questo lavoriamo ed è inutile piangersi addosso. In questi mesi tutte abbiamo ascoltato decine di donne sostenere: “eh sì gli uomini violenti non vanno bene. ma queste donne di oggi: non sono mai contente, vogliono essere libere, pretendono pretendono. E allora l’uomo, che è stanco del lavoro e della crisi, reagisce. Male ma reagisce.” Il delitto d’onore in Italia era giustificato fino a 30 anni fa, e dunque questi discorsi sono comprensibili, non condivisibili, ma si può comprendere che l’italia, paese primitivo per quanto riguarda i diritti delle donne, sia ancora in fase evolutiva. Bene, allora lavoriamo. Poi però in questa estate terribile, i femmincidi, vi siete accorte, sono finiti in fondo ai giornali, in cronaca. “Come mai?” chiedo ad amiche giornaliste. “No, non è come pensi” mi dicono. “Sai c’è l’Iraq, gaza, il ragazzo nero in America” Ah. Ma negli ultimi tempi c’è un fatto nuovo: gli uomini ammazzano la moglie ma anche i figli. E allora si risveglia l’interesse, come nel caso della signora qui sopra. In quasi tutti questi casi si ripete la dinamica usuale: LEI vuole lasciare lui per varie e spesso motivate ragioni. Lui non vuole. Lui inzia o continua ad essere violento sperando di intimidire lei. Lei resta ferma nel suo proposito. Lui la minaccia duramente. Lei in …

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OSATE CAMBIARE, CERCATE NUOVE STRADE

OSATE CAMBIARE, CERCATE NUOVE STRADE

“Osate Cambiare, Cercate Nuove Strade” è l’invito che il professore del film “ L’Attimo Fuggente”  rivolge alla sua nuova classe.

La scena è famosissima, chi l’ha vista non l’ha più dimenticata e noi tutte/i avremmo voluto avere un professore appassionato come il protagonista interpretato da Robin Williams.

Finito il film però,molte/i sono tornate/i alle solite vite, spesso infilati dentro gabbie da cui raramente scegliamo di uscire.

“Osate Cambiare, Cercate Nuove Strade” è un consiglio preziosissimo, uno di quelli che può cambiare positivamente le nostre vite, e non date peso a chi solleva il sopracciglio ritenendo che sia banale imparare da un film popolare. Al contrario: si può trarre insegnamento  da tutto.

Quando il professore/Williams invita gli studenti a salire in piedi sula cattedra, non è per un passatempo idiota: è per sviluppare nuovi punti di vista, nuove prospettive, nuove visioni.

Utilizziamo quanto sopra e proviamo ad adattarlo al tema di cui qui ci occupiamo: il cammino delle donne.

Il problema è proprio quello presentato nel film: noi qui stiamo osando cambiare, stiamo cercando nuove strade. E’ un compito ambizioso e bellissimo, uno di quelli che dà senso ad una vita,se intendiamo l’esistenza un cammino di ricerca. C’è però una parte antipatica, senza la quale non si procede: il cambiamento prevede fatica e coraggio. La fatica molti/e la mettono in previsione, e sanno affrontarla e gestirla. Il coraggio è merce rara. In questi anni ho visto ragazze e donne partite con i migliori propositi e poi soccombere miseramente ai …

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La morte in diretta da Gaza

La morte in diretta da Gaza

In riferimento al post del 24 luglio “Sbatti un ragazzino ucciso a Gaza in Tv al Tg delle h20″ ringraziamo Cesare Cantù per l’utile articolo qui sotto che ha scritto che ci ricorda che la MORTE IN DIRETTA non è mai UTILE. A nessuno/a.

E’ del 1980 La morte in diretta, film di Bertrand Tavernier con Romy Schneider e Harvey Keitel nel quale, in un futuro prossimo, la protagonista malata di cancro e con soli tre mesi di vita viene seguita da un reporter che ha una telecamera impiantata in un occhio per filmarne di nascosto l’agonia ad uso di un programma televisivo seguitissimo. La presenza di un videotelefono nel film ribadiva che nel futuro prossimo sarebbero state le immagini quotidiane elettronicamente riprodotte ad avere un peso decisivo nella vita delle persone. Mentre il film veniva girato, i gruppi televisivi privati europei si preparavano al grande balzo in avanti e i primi pc casalinghi, che avrebbero rapidamente portato a quelli attuali che abbiamo per le mani, venivano assemblati nelle fabbriche californiane.

Gli oltre 30 anni che ci separano da quel film duro, triste e premonitore, sono stati una storia di illusioni.

L’illusione che i limiti e i problemi che la televisione e i media avevano posto fino a quel momento potessero essere superati con il moltiplicarsi dei mezzi e dei canali di trasmissione. Monopolio, censura strisciante, conformismo, ingerenza dei partiti e delle lobbies sono invece aumentati.

L’illusione che la democratizzazione degli strumenti elettronici prima e informatici poi avrebbe …

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SBATTI un RAGAZZINO UCCISO a GAZA in TV al TG delle h 20

Una sera di metà luglio davanti al telegiornale. Molte famiglie, quindi bambini e adulti, stanno cenando davanti alla tv accesa.

Le immagini dalla Palestina sono terribili: da giorni gli schermi sono invasi da scene di guerra, da cittadini inermi che si rifugiano dove possono per trovare riparo  alle bombe che si susseguono senza tregua.

Il  conduttore dopo averci  aggiornati sugli ultimi eventi,  tra cui il racconto delle scuole che vengono bombardate, si sofferma a descriverci un breve filmato che riprende un giovanissimo palestinese, un ragazzino ferito che cerca comunque di salvare alcuni componenti della sua famiglia. E, lucidamente e volontariamente, inerme com’è al suolo, viene freddato da un colpo preciso sparato da un cecchino.

Qual è l’utilità di mostrare le immagini di morte in prime time? A cosa serve, chiediamoci. Scopo dell’informazione è informare i telespettatori. In taluni casi come questo in  cui si spara sui civili, l’obbiettivo di un telegiornale potrebbe essere anche quello di sensibilizzare il pubblico a casa su un’emergenza che necessita l’intervento dell’Unione Europea in modo veloce e deciso. E dunque chiediamoci: noi saremo più spronati ad intervenire, a reagire se vediamo la morte  in diretta a casa nostra? No. Ognuno di noi, e i giovanissimi  in misura maggiore, guarda decine di scene di morte violenta ogni giorno; chi ha figli adolescenti ha casa sa che molti dei giochi per la play station sono violentissimi. I nativi digitali sono abituati alla violenza che arriva online e che viene proposta gratuitamente a tutte le ore anche dalla …

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Se una Mattina d'Estate al Supermercato.

Se una Mattina d’Estate al Supermercato.

“Ce l’hai. Ti dico che ce l’hai. E’ nell’armadietto del bagno. L’ho visto io. E’ quel flacone azzurro. Ce n’è metà. Quindi non ti serve” Lui avrà sessantanni, leggermente sovrappeso, maglietta e bermuda, sandali. Lei è un po’ più giovane, vestititino a fiori dimesso, capelli che avrebbero bisogno di essere curati legati con un fermacapelli verde, viso segnato stanco e comunque che conserva “qualcosa” che intriga. A Milano fa caldo in questa mattina afosa, senza sole ma con il clima tipico tropicale della lombardia estiva: vestiti appiccicati al corpo, città deserta, poca gente per le strade. Cammino fino al supermercato che non è vicino, ma è l’unico aperto di domenica. Se mi dicessero di barattare questa giornata solitaria milanese a casa con 8 ore a Portofino su di un panfilo, rifiuterei. Queste giornate sono godimento puro, Milano, la mia città amata e odiata, rivela tutta la sua bellezza tenuta gelosamente nascosta per i lunghi mesi invernali e primaverili. Osservo la coppia da un po’: ad ogni scomparto, ogni volta che lei tende la mano per prendere un articolo, viene bloccata dalla voce di lui “Ma cosa ce ne facciamo dei rotoloni di carta? Tra 8 giorni partiamo, ne abbiamo già uno che ci basta e avanza”. Lei non ribatte mai. Posa lenta la carta, così come rimetterà nello scaffale l’ammorbidente e come la vedrò risistemare nello scaffale un tubetto di dentifricio, il solvente per togliere lo smalto, un pacco di carote. Saranno sposati da tanto, azzardo dentro di me, perchè …

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L'educazione ai media: Viaggio a Los Angeles

L’educazione ai media: Viaggio a Los Angeles

Riproponiamo il resoconto da Los Angeles di Enzo Corsetti già pubblicato nei mesi scorsi. Enzo collabora con noi al progetto educativo “Nuovi Occhi per i Media” e qui ci racconta, con note personali e analisi approfondite, la sua trasferta negli Stati Uniti dove ha partecipato alla conferenza nazionale degli educatori ai media, disciplina che in Nord America è decisamente più sviluppata e valorizzata che da noi. Continuando a sperare che anche qui se ne comprenda l’importanza fondamentale all’interno di una società progredita.

 

Condividere un’esperienza all’estero, mai avrei immaginato di essere io a farlo, fino a poco tempo fa. E su un blog come questo, dove faccio il possibile per contribuire al dibattito sui media, con piglio sociologico in virtù della mia laurea e successiva carriera nel marketing della TV, ma fatico ad empatizzare con le testimonianze di stampo più umano: tanto che ricordo di essere rimasto sorpreso, e persino un po’ spiazzato, quando Cesare Cantù mi prospettò la cosa in anticipo, alla vigilia della mia partenza.

Perché la mia storia non è di quelle che derivano dal desiderio giovanile di ampliare i propri orizzonti, o dalla curiosità culturale verso nazioni feconde di umanità meravigliosa, e che esprimono un vissuto denso di emozioni edificanti al di là delle occorrenze o avversità incontrate. Sicuramente io non appartengo quell’universo appassionato e dinamico, altrimenti non sarei arrivato all’età di 43 anni senza aver mai preso un aereo, e non avrei maturato un profondo rancore nei confronti del mio Paese: rancore e rabbia, per

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